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"La terra non la abbiamo ereditata dai nostri padri, ma presa in prestito dai nostri figli".
Il termine di "sviluppo sostenibile" é stato per la prima volta precisato nel 1987 da Gro Harlem Brundtland nel rapporto della Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo, dove é stato definito come "ciò che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, preservando le condizioni di riproduzione delle risorse naturali e garantendo una partecipazione democratica alla loro utilizzazione".
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Il primo passo verso una politica di salvaguardia e di sviluppo sostenibile passa attraverso una evoluzione del comportamento economico-politico, che non riduca il territorio ad un semplice oggetto della percezione, ma che lo renda riferimento principe per ogni considerazione.
L'istituzione del Parco dell'Etna è una grande opera di sviluppo e civiltà.
 Il Parco - Generalità
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Il 18 maggio 1980 si svolse tra Scopello e San Vito Lo Capo una marcia a cui parteciparono migliaia di persone
per chiedere che venisse istituita in questo tratto di costa la prima area protetta
della Sicilia. La riserva dello Zingaro fu istituita nel 1981 con una legge del
Parlamento Siciliano. Con la stessa legge furono previste l’istituzione di altre 19 riserve e furono approvate delle norme di
salvaguardia di un’area che poi, nel 1987, sarebbe diventata il «Parco
dell’Etna».
L’Etna infatti non è soltanto il
vulcano attivo più alto d’Europa, ma una montagna dove sono presenti colate
laviche recenti, in cui ancora non si è insediata alcuna forma di vita, e
colate antichissime su cui sono presenti formazioni naturali di Pino laricio,
faggi e betulle. Nelle quote più basse, a querceti e castagneti si alternano,
incisi sui fianchi della montagna, frutto della secolare attività del l’uomo,
terrazzamenti in cui vengono coltivati pereti, meleti,
vigneti, noccioleti e pistacchieti di qualità particolarmente apprezzate.
Per proteggere questo ambiente
naturale unico e lo straordinario paesaggio circostante, marcato dalla presenza
dell’uomo, il Parco dell’Etna, che si estende dalla vetta del vulcano sino alla
cintura superiore dei paesi etnei (45 000 ha), è stato diviso in due zone (A e
B). Ad esse si aggiungono due zone di preparco (14 000
ha, zone C e D) nelle quali sono consentite attività compatibili con le
finalità del Parco.
I comuni i cui territori ricadono all’interno del Parco sono i seguenti: Adrano, Belpasso, Biancavilla,
Bronte, Castiglione di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maletto, Mascali, Milo,
Nicolosi, Pedara, Piedimonte Etneo, Randazzo, Ragalna, S. Alfio, S. Maria di
Licodia, Trecastagni, Viagrande, Zafferana Etnea.
1. Istituzione del Parco
L’istituzione del Parco è il riconoscimento degli sforzi
compiuti negli anni passati da numerosi studiosi, appassionati estimatori di
questa porzione di territorio siciliano, storicamente conosciuto come «Gebel »,
«La Montagna» per eccellenza. Si pensi che la prima proposta per l’istituzione
di un Parco dell’Etna fu avanzata nel 1960 dal Prof.
Giacomini in un convegno della Società Botanica Italiana.
La nascita del Parco è avvenuta nel 1987 grazie all’azione
di un Commissario ad acta, come è avvenuto per le
Madonie e come sta avvenendo per il Parco dei Nebrodi, anche se va sottolineato
che per 1’Etna, la ricerca da tempo condotta sull’area dall’Università di
Catania ha costituito un supporto scientifico di notevole rilievo per la
istituzione del Parco.
È lo stesso Commissario ad acta, in riconoscimento del
lavoro svolto, che è stato nominato Presidente dell’Ente Parco dalla Regione
Sicilia.
2. Organi e compiti del Parco
La struttura degli Organi del Parco è contraddistinta dalla
volontà del legislatore regionale di contemperare una rappresentanza degli
interessi locali con una presenza di esponenti di
carattere istituzionale portatori di interessi generali.
Esiste così un Consiglio del Parco eletto dai consiglieri
dei venti comuni interessati, in ragione di tre rappresentanti o cinque per
comune a seconda dell’area comunale compresa nel
Parco, per un totale di 66 consiglieri.
Il Consiglio del Parco elegge 4 componenti
del consiglio di amministrazione (Comitato Esecutivo), mentre altri 4 non sono
elettivi.
Un ruolo particolare ha nel Parco il Comitato Tecnico
Scientifico. Esso esprime un parere obbligatorio su ogni questione riguardante
i valori ambientali del Parco.
I compiti e i poteri dell’Ente Parco sono estesissimi. Al di fuori dei centri
urbani e delle aree di espansione, tutti i piani
urbanistici dei comuni, decadono e sono sostituiti dalle norme che regolano
l’Ente Parco. In altri termini tutte le attività che
comportano trasformazioni del territorio vengono vagliate dall’Ente Parco per
verificare se sono in armonia con la disciplina del Parco stesso.
3. Estensione e caratteristiche delle zone del Parco
Zona A
La zona A (19’000 ha), si estende dai crateri sommitali a
3300 metri, a quota 870 metri slm nella zona di monte Minardo nel versante
occidentale. È formata, nella parte più elevata, dai crateri veri e propri e
dal deserto lavico dove le forme di vita trovano condizioni proibitive di esistenza.
Dopo il deserto lavico si incontrano
le prime piantine, le formazioni pulviniformi ad Astragalo, e poi formazioni
forestali vere e proprie notevolmente estese, faggete, betulleti, pinete a Pino
laricio, querceti di Cerro, e nelle parti più basse, di Roverella e Leccio.
In questa zona non ci sono insediamenti abitativi di nessun
genere, se si fa eccezione dei casolari utilizzati dai pastori nel periodo
estivo e di alcuni rifugi forestali.
L’unica attività produttiva, nel passato, è consistita nella
pastorizia e nello sfruttamento forestale. Mentre l’attività pascoliva è stata di entità ridotta, soprattutto per la difficoltà di reperire
delle risorse idriche per il bestiame, lo sfruttamento forestale fino a 30-40
anni fa è stato intenso.
Prima ancora che venisse istituito
il Parco, l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sicilia, che ha in gestione
sia i terreni del demanio forestale regionale che i demani comunali, per un
totale di 10’000 ettari sui 19’000 totali della zona, aveva limitato fortemente
i tagli di utilizzazione. Dopo l’istituzione del Parco, questi tagli sono
formalmente proibiti.
Gli unici interventi selvicolturali consentiti sono quelli
finalizzati a riportare a condizione di «naturalità» le biocenosi forestali, e
quindi i tagli permessi sono quelli per trasformare i cedui in alto fusto e
quelli selettivi per rendere disetanee e polifite le pinete coetanee esistenti.
Oltre ai divieti dei tagli di utilizzazione,
i divieti più significativi sono: di caccia, di modifica del regime idrico, di
apertura di piste forestali, di attività estrattive, di costruzione di edifici
di qualunque genere, di transito con veicoli a motore.
La pastorizia è invece consentita con le stesse modalità con cui era permessa nel passato, e cioè, il carico
di bestiame deve essere tale da permettere la rinnovazione del bosco o di altra
forma di vegetazione naturale.
All’interno della zona A, esistono due aree circoscritte
complessivamente estese all’incirca 800 ettari, chiamate zone C altomontane,
dove, prima che venisse istituito il Parco, erano stati
realizzati impianti di risalita, una funivia, alberghi per un centinaio di
posti letto ed altre strutture turistiche (alcune di queste strutture sono
state fortemente danneggiate dall’ultima eruzione avvenuta nell’estate 2001 sul
versante sud).
In base alla disciplina del Parco, attualmente
è proibito qualunque altro insediamento turistico.
La limitata estensione di queste aree, e il ridotto numero di infrastrutture esistenti, fanno sì che non risulti
alterata ed influenzata in senso negativo l’integrità della zona A del Parco.
Nel Piano Territoriale di Coordinamento, che dovrà essere
predisposto potranno essere previsti altri insediamenti in queste due zone ma
in ogni caso non dovranno essere tali da provocare un impatto negativo
sull’integrità degli ecosistemi di alta quota.
In conclusione non ci sono per il momento minacce
particolari all’integrità della zona A. Il fatto che buona parte di essa appartenga al demanio forestale regionale ed ai demani
comunali, rende facile l’applicazione dei divieti previsti.
L’obiettivo di lungo periodo che il Parco dovrebbe
perseguire nella zona A è di ridurre progressivamente
la presenza umana, sia quella determinata dalla pastorizia che dall’attività
selvicolturale, e creare le condizioni perché la natura possa dispiegarsi per
intero con la presenza di tutte le componenti delle biocenosi comprese alcune
delle specie presenti un tempo e oggi scomparse (ad esempio il capriolo).
Naturalmente il raggiungimento di questo obiettivo
richiede l’impegno di più di una generazione.
Zona B
La zona B, analogamente alla zona A, è presente nei quattro
versanti e raggiunge la sua massima altitudine (1880 m/slm) in contrada monte
Vetore nel versante sud, mentre la quota più bassa (640 m/slm) si trova alla
base di monte Gorna, nel versante est.
Estesa 26’000 ettari, è ricoperta in parte da formazioni
naturali di Pino laricio, Cerro, Roverella e da castagneti e noccioleti,
utilizzati da tempo immemorabile. Queste aree
appartengono a privati, e in misura ridotta al demanio forestale regionale e ai
demani comunali.
Sono presenti colate laviche recenti ed antiche; famose sono
le lave cordate di piano dei Grilli nel versante ovest. Su queste colate in
tempi diversi si sono insediate, dopo muschi e licheni, specie pioniere come la
ginestra dell’Etna.
Nella zona B è presente in modo significativo
una secolare e straordinaria attività agricola. Grazie al lavoro di svariate
generazioni sono stati creati pometi, pereti, vigneti, per lo
più adagiati sui terrazzamenti, incisi sul fianco della montagna. Particolare
fama hanno raggiunto, per la bontà dei prodotti, i
pistacchieti di Bronte, i vigneti di Castiglione, i noccioleti di S. Alfio, i
pereti e meleti delle contrade «Tardaria» e « Milia».
Queste aree agricole coesistono armonicamente con isole di
formazioni naturali, creando uno degli esempi più significativi
esistenti in Sicilia di paesaggio agrario tradizionale e paesaggio naturale.
Sparsi in questo grande territorio sono ben visibili
vecchie case padronali, masserie, palmenti, case contadine, casolari,
espressione di un’architettura essenziale ed austera. Questo straordinario patrimonio rischiava di
scomparire sotto una coltre di cemento per far posto ad una miriade di villette
anonime e pacchiane.
A seguito della istituzione del
Parco, sono state vietate in modo generalizzato, in questa zona, le nuove
costruzioni edilizie a scopo residenziale, mentre è consentita la costruzione
di infrastrutture a servizio della agricoltura (magazzini, deposito attrezzi,
cisterne, ecc.). Gli altri divieti riguardano: caccia, attività estrattiva,
modifica del regime delle acque, danneggiamento della flora e della fauna. Sono
invece incoraggiate dal Parco le attività tradizionali agricole, selvicolturali
ed artigianali.
All’interno della zona B sono stati individuati dal decreto
istitutivo del Parco, dei «punti base» per l’escursionismo, in genere antiche
masserie, alcune di notevole pregio architettonico, che vanno restaurate ed
utilizzate per la fruizione pubblica. I punti base sono raggiungibili in macchina e si trovano al centro di
località da cui si dipartono numerosi sentieri dai più facili a quelli per
escursionisti provetti. Questi punti base saranno
attrezzati in modo da poter fornire informazioni sul Parco, organizzare visite
guidate, vendere prodotti agricoli tipici, ecc.; alcuni di essi potranno
fungere da veri e propri «ostelli» in modo da consentire un soggiorno con una
spesa relativamente ridotta.
In conclusione, mentre nella zona A, l’obiettivo del Parco è
la protezione degli ecosistemi che sono rimasti poco alterati dall’attività
umana, nella zona B la finalità da perseguire è il mantenimento delle
caratteristiche paesaggistiche dell’area, sostenendo la ripresa delle attività
tradizionali compatibili, prime fra tutte quelle agricole e forestali.
4. Estensione e caratteristiche del preparco
Zona C
Si trova, in genere, alle quote più basse del vulcano, ad una altitudine compresa tra 600 e 800 m/slm non molto
distante dai centri abitati. E’ estesa 4300 ha.
I relitti di vegetazione naturale presenti
sono tipici di queste quote. Il paesaggio è fortemente contrassegnato da
colture agricole rappresentate da ulivi, mandorli e pistacchi, nel versante
occidentale; noccioli, viti e castagni in quello orientale.
Nella zona C è consentito l’insediamento di strutture
turistico-ricettive, naturalmente nel rispetto degli ambienti naturali e del
paesaggio agricolo tradizionale. Anche in questa zona
è vietata la costruzione di seconde case, perché contrariamente alle strutture
ricettive, sono ritenute incompatibili con le finalità del Parco. Sono altresì
vietate: la caccia, tranne quella al coniglio secondo il calendario venatorio
regionale, l’attività estrattiva, l’introduzione di specie animali e vegetali
estranee alla fauna e alla flora tipiche della zona ed il disturbo delle specie
vegetali ed animali.
L’obiettivo che il Parco si propone di raggiungere in questa
zona è quello di ottenere uno sviluppo, compreso
quello turistico, equilibrato ed armonico, compatibile con il rispetto del
paesaggio e degli ambienti naturali.
Zona D
La zona D è la fascia esterna del preparco ed incomincia
dalla quota più bassa di 580 m/slm in contrada
Petrulli nel comune di Zafferana Etnea. È estesa 9700 ha.
In questa zona, fortemente antropizzata, sono presenti dei
relitti di bosco di querce, mentre sono molto estese le coltivazioni di ulivo, mandorlo, pistacchio ed anche di ficodindia che,
associato ad altre colture, forma le cosiddette «chiuse» secondo la definizione
catastale.
In questa fascia è consentita la costruzione di case rurali
le quali, sempre sotto il diretto controllo del Parco dovranno
avere particolari requisiti di finitura utilizzando prevalentemente i materiali
locali. Sono anche consentite le attività agricole, zootecniche, selvicolturali,
artigianali ed industriali comprese quelle estrattive (cave). Non sono invece
ammesse le discariche ed in genere le attività inquinanti. E
altresì vietata la caccia ad eccezione di quella al coniglio. E’ anche vietato
esercitare l’uccellagione, danneggiare, raccogliere o distruggere nidi e uova,
introdurre specie vegetali o animali estranee alla flora ed alla fauna tipiche
della zona. Obiettivo del Parco, nella zona, è consentire uno sviluppo che non
stravolga le finalità del Parco stesso.
5. Acquisizioni e fruizione
In quest’ultimo periodo, sono state messe in cantiere una
serie di iniziative per assicurare una fruizione
controllata del Parco. Una di queste è stata l’acquisto
di due edifici che saranno utilizzati come punti base per l’escursionismo. Il
primo è un vecchio albergo, conosciuto con il nome di «Grande
Albergo del Parco» ed ubicato nel versante sud del vulcano in territorio di
Ragalna. Il secondo edificio è la casa contadina di contrada
Pietracannone situata in territorio del comune di Milo. In precedenza il Parco
aveva acquistato anche villa Manganelli, una costruzione ottocentesca con ampio
giardino proprio a ridosso di un bosco in territorio di Zafferana Etnea.
Tra le altre iniziative si ricorda che è stato approvato il
progetto di restauro del vecchio monastero di San
Nicola, in territorio di Nicolosi, che sarà adibito a sede del Parco. Si tratta
del più antico insediamento dei monaci benedettini nell’area dell’Etna e, anche
se ha bisogno di consistenti interventi di recupero, conserva ancora
l’originaria struttura architettonica con il suo significato storico-culturale.
Proprio a poca distanza dal Grande Albergo si diparte il
sentiero natura «Monte Nero degli zappini », frutto della
collaborazione tra il Parco e l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di
Catania. Aperto nel luglio ‘91, il sentiero è stato percorso sin
dall’inizio da moltissimi visitatori ai quali è stato offerto un servizio di
guide e di bus navetta per facilitare l’escursione.
Sempre nell’estate ‘91, per iniziativa del Parco,
l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste e la cattedra di botanica
dell’Università di Catania hanno aperto al pubblico,
con visite guidate da personale della stessa Università, il giardino botanico
Nuova Gussonea, dove sono rappresentate le principali comunità vegetali
presenti sull’Etna.
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 La Geologia
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1. Struttura ed evoluzione del complesso vulcanico etneo
I primi riferimenti all’attività eruttiva dell’Etna
risalgono ad alcuni secoli a.C. essendo riportati esplicitamente nelle opere di
storici, come Tucidide e Diodoro Siculo, o di poeti, come Pindaro, ma la sua
attività è iniziata ben prima (circa mezzo milione di anni
fa) ed ha avuto significative conseguenze sullo sviluppo e l’evoluzione di
tutta la zona circostante.
L’Etna è il maggiore vulcano d’Europa, coprendo con i suoi
prodotti una superficie di circa 1260 km e raggiungendo in corrispondenza dei
crateri sommitali una quota di circa 3350 m. Si tratta di una struttura
complessa (vulcano multiplo), dovuta al sovrapporsi e giustapporsi di prodotti
eruttivi emessi nel tempo attraverso diversi sistemi di risalita magmatica
(assi eruttivi), in corrispondenza dei quali si sono formati diversi apparati
(centri), alcuni dei quali sono tuttora riconoscibili o interpretabili in base
ai caratteri dei materiali emessi o per la morfologia delle pendici. Questa
realtà ha cominciato ad essere riconosciuta fin dalla metà del secolo scorso,
quando i primi studiosi hanno iniziato ad indagare con vedute moderne sulla
struttura dell’edificio vulcanico. Lyell (uno dei fondatori della geologia),
Sartorius von Waltershausen (un appassionato che dedicò vita e sostanze allo
studio dell’Etna) e C. Gemmellaro (illustre naturalista e vulcanologo catanese)
individuarono nell’Etna due principali centri di attività:
uno corrispondente all’attuale asse eruttivo, denominato Mongibello (dal nome
latino-arabo - mons - gebel - della Montagna per eccellenza), l’altro legato ad
un più antico sistema di risalita e di alimentazione, denominato Trifoglietto.
La struttura vulcanica etnea si è impostata all’estremo margine
meridionale della catena dei Peloritani-Madonie, là dove essa digrada verso la
Piana di Catania, in prossimità del bordo ionico della Sicilia, in un punto di incrocio di sistemi di fratture di importanza regionale:
in particolare il sistema Ibleo-Maltese, che si estende verso SSE e quello
allungato secondo la linea di costa tra Taormina e Messina verso NNE. La
catena, la cui complessa impalcatura si è formata nell’era Terziaria, è tuttora
instabile ed in lento sollevamento, come è dimostrato
dal rinvenimento di depositi di ambiente marino sub-attuali al di sopra della
linea di costa e dall’elevata attività sismica. Complessivamente dall’inizio
dell’attività eruttiva etnea, circa mezzo milione di anni
fa, si può stimare che il sollevamento del substrato sia valutabile in alcune
centinaia di metri, in base alla quota di affioramento di argille marine
quaternarie lungo il basso versante sud-orientale.
Le prime manifestazioni eruttive, di cui esiste
testimonianza tra Aci Castello ed Aci Trezza, lungo la costa e nei Faraglioni,
miticamente interpretati come i massi lanciati da Polifemo contro la nave di
Ulisse-Nessuno, sono avvenute nel mare sottile di un ampio golfo pre-etneo
circa mezzo milione di anni fa. A causa del
sollevamento della regione,l’attività successiva si è
svolta in ambiente subaereo, dando origine alla graduale costruzione del
massiccio vulcanico etneo, quale oggi lo vediamo.
Si ritiene che i magmi che hanno alimentato ed ancora
alimentano l’attività eruttiva dell’Etna, originati nella parte più esterna
dell’involucro della Terra che viene definito come
mantello, provengano da profondità attorno al centinaio di chilometri,
risalendo lungo sistemi di fratture distensive indotti ed attivati variamente
dalle deformazioni tettoniche regionali; l’interpretazione di dati sismologici
suggerisce l’esistenza di un’estesa zona di «ristagno» del magma (serbatoio o
camera magmatica) tra 15 e 20 km di profondità rispetto al livello del mare. Da
qui il magma sarebbe poi risalito alla superficie, sostando eventualmente in
altre camere di minori dimensioni, per alimentare l’attività dei vari centri
che si sono succeduti nel tempo; un riflesso
dell’esistenza di tale struttura profonda potrebbe essere dato anche dalla
distribuzione delle bocche avventizie, che si addensano a centinaia sui fianchi
del vulcano, e corrispondono ciascuna ad un punto di emissione di magma,
generalmente attivo in una sola eruzione.
L’ossatura dell’edificio vulcanico è data dai prodotti dei
centri eruttivi antichi (CEA), essenzialmente lave di natura basaltica, i cui
caratteri si stanno meglio delineando sulla base di
campionature provenienti da sondaggi, dato che essi affiorano per estensioni
molto limitate, essendo ampiamente ricoperti da quelli più recenti. Alla base
dei livelli più antichi si sono riconosciuti, lungo la periferia meridionale
del vulcano tra Adrano e Paternò e tra Aci Castello ed Aci Trezza, dei sottili
espandimenti basaltici (definiti come livelli tholeiitici basali, LTB) in parte
effusi in ambiente sottomarino, simili a quelli che costituiscono la gran massa
dei vulcani delle isole oceaniche (p.e. Hawaii). Tuttavia la maggior parte
delle manifestazioni dei CEA e la totalità di quelle successive hanno una caratterizzazione diversa, derivando da magmi
definibili di serie alcalina, con materiali che, in virtù di una complessa
serie di processi di cristallizzazione e sottrazione di fasi solide
(differenziazione), avvenuti durante la risalita dalle zone di origine alla
superficie e dovuti essenzialmente a cambiamenti di pressione e di temperatura,
possono mostrare ampie variazioni nella loro composizione chimica.
In conseguenza del grado di differenziazione raggiunto, che
si concreta in un maggior contenuto in silice ed in una diminuzione di
temperatura, e del diverso contenuto in sostanze volatili (acqua, anidride
carbonica, composti dello zolfo, cloro, ecc.), il magma può mostrare variazioni
estreme di viscosità e quindi di esplosività: magmi
fluidi tendono ad essere emessi con modesti fenomeni esplosivi, mentre magmi
viscosi danno origine ad eruzioni molto violente.
Condizioni adatte alla differenziazione si sono verificate
particolarmente dopo lo sviluppo dei CEA, a partire da circa 100'000 - 80’000
anni fa, quando iniziarono la loro attività per circa 50’000 anni i centri
dell’unità del Trifoglietto, addensati nell’area dell’attuale valle del Bove, e
successivamente fino a 3000 - 5000 anni fa nel centro
del Mongibello.
In particolare l’edificio vulcanico, riferibile a questa attività eruttiva più recente, verificatasi attraverso
un’asse di risalita di magmi in corrispondenza degli attuali crateri sommitali
(Mongibello), si eleva su un irregolare substrato, più elevato verso sud, dove
i resti di edifici più antichi raggiungono la quota di 2500 m in prossimità
della Montagnola, ed a quote inferiori (circa 1700 m) nei restanti settori.
Esso ha una forma conica con pendii ad acclività accentuata, caratteristici di
uno strato vulcanico, costituito di alternanze di lave
e prodotti piroclastici; questi ultimi sono caratteristici di un’attività
violentemente esplosiva (sub-pliniana), che ha dato origine al deposito di
estese coltri di materiali tufacei, talora formati con meccanismi di «nube
ardente» o di colata di fango (lahar), piuttosto eccezionali per un vulcano del
tipo dell’Etna, normalmente accompagnati da collassi calderici.
Questo tipo di attività, legato a
regimi di emissione ed a gradi di differenziazione diversi dagli attuali,
caratterizzato da magmi notevolmente differenziati, relativamente ricchi in
silice e viscosi, si è concluso intorno a 3000 anni fa. Probabilmente è a
questi ultimi stadi (non a manifestazioni come quelle attuali) che si riferisce
Diodoro Siculo, quando ricorda che i sicani, spaventati dai «fuochi» dell’Etna
ed impoveriti dalla distruzione dei raccolti, si ritirarono nelle parti
occidentali della Sicilia. E noto infatti, anche da
esempi storici (p.e. in Islanda), che la deposizione di coltri di ceneri
vulcaniche anche di modesto spessore può provocare danni alle coltivazioni,
inquinamento del terreno e delle acque e morìa del bestiame su ampie estensioni
attorno al punto di emissione.
Nelle ultime migliaia di anni
(Mongibello Recente) l’attività è caratterizzata da esplosività generalmente
molto bassa con emissione relativamente tranquilla di lave abbastanza fluide, a
temperatura tra 1100 e 1050 °C, che costituiscono una sottile coltre
discontinua sui prodotti più antichi.
L’edificio del Mongibello è profondamente inciso verso
oriente, insieme a parte degli edifici più antichi, dalla vasta depressione della
valle del Bove, lungo le cui ripide pareti affiorano con particolare evidenza
le successioni dei prodotti emessi nelle ultime decine di migliaia di anni. L’origine di questa depressione è ampiamente
dibattuta, ma è probabilmente da collegare ad una pluralità di cause, tra cui
sono da annoverare la formazione di «caldere» per collasso delle parti
sommitali di antichi edifici, a seguito di episodi
violentemente esplosivi, e lo scivolamento lungo discontinuità strutturali
(faglie, fratture), e successivo trasporto verso valle, di porzioni più o meno
grandi dei loro fianchi. Traccia di questi processi è riscontrabile in
successioni di tufi nel basso versante orientale e nei depositi detritici
(localmente detti Chiancone) che costituiscono l’estesa
conoide di Giarre-Riposto.
2. Attività eruttiva recente
L’attività documentata in tempi storici e nei millenni
immediatamente precedenti, come si è già accennato, è relativamente tranquilla:
ogni eruzione interessa di volta in volta superfici di
alcuni chilometri quadrati, con colate che solo eccezionalmente si espandono su
lunghezze di oltre dieci chilometri. Pertanto questo tipo di attività,
pur potendo localmente provocare danni ingenti e irreparabili, non è tale da
originare catastrofi a carattere regionale.
Nel Mongibello Recente sono individuabili essenzialmente due
tipi di attività ben documentate:
Manifestazioni dalle bocche sommitali (voragine centrale, cratere di nord-est, bocca ovest,
cratere di sud-est), sostanzialmente persistenti, e di entità
molto variabile nel tempo, consistenti in emissioni esplosive più o meno
violente (dall’espulsione di vapori e lancio di ceneri alle fontane di lava) e
più raramente in effusione di colate, normalmente di piccolo volume, ma talora
per durate di diversi mesi e anni.
Apertura di bocche periferiche o avventizie, che si aprono ad intervalli molto
irregolari sui fianchi del vulcano, anche a quote molto basse, in prossimità
dei bordi della copertura vulcanica (Moio Al cantara, Gravina di Catania).
Questo tipo di attività ha dato origine alla
caratteristica diffusa presenza nel paesaggio etneo di bocche eruttive (alcune
centinaia), sparse sui fianchi del vulcano. Esse rappresentano i punti di emissione di prodotti esplosi vi e/o di lava,
generalmente attivi esclusivamente in un’eruzione, e sono caratterizzate da
coni di ceneri, lapilli e bombe, talora imponenti (monte Minardo, monte Ilice,
monti Rossi, monti Silvestri), o da modesti baluardi di scorie saldate, isolati
oppure allineati lungo fratture; questi apparati variano da forme
tronco-coniche regolari, incise alla sommità dalla depressione craterica, a
rilievi a pianta semilunata, ampiamente aperti in corrispondenza della colata
emessa. L’attività delle bocche può durare da poche ore fino a diversi mesi,
eccezionalmente anni ed alimenta colate che raggiungono volumi, ampiezze e
lunghezze assai variabili da caso a caso in dipendenza della durata e della
portata dell’eruzione, nonché di altri fattori legati
essenzialmente ai dettagli morfologici della zona su cui scorrono.
In corrispondenza delle meno antiche di
queste bocche, è ancora chiaramente riconoscibile la corrente pietrificata
della lava, non degradata e priva della copertura di suolo, che si espande
verso valle, mostrando un’arida superficie incolta, più o meno colonizzata da
vegetazione pioniera.
A seconda del tasso di emissione,
variabile da oltre 100 a meno di 1 mc/s la velocità di avanzamento e la forma
complessiva dei corpi lavici sono molto diverse: in particolare colate molto
alimentate scorrono rapidamente ed assumono in pianta una forma molto allungata
nel senso della massima pendenza, con scarse diramazioni poco sviluppate,
mentre colate scarsamente alimentate avanzano lentamente e si suddividono in
una miriade di unità di flusso minori che si ramificano e sovrappongono
originando dei « campi di lava» poco allungati, ma estesi in ampiezza, che
localmente possono raggiungere spessori complessivi di qualche decina di metri.
La maggior parte delle colate etnee presenta superfici aspre
e tormentate, costituite da blocchi e frammenti di aspetto
scoriaceo (lave aa), con una morfologia a creste ed avvallamenti allungati a
contrassegnare i canali di flusso della colata.
Più raramente la lava mostra superfici più
regolari, spesso arricciate a simulare festoni e ammassi di corde
avvolte (lave pahoehoe), oppure è ricoperta da lastroni variamente
disarticolati ed accatastati, fino a dare origine a rilievi tumuliformi o
creste.
Particolarmente in queste ultime colate si sviluppano di frequente complicati sistemi di deflusso lavico,
generalmente corrispondenti, durante l’eruzione, a luoghi di più attivo
scorrimento, racchiusi entro un involucro di lava raffreddata e consolidata,
che al termine dell’attività effusiva si svuotano, dando luogo a grotte (o
gallerie di scorrimento) più o meno sinuose e variamente ramificate.
Dati esemplificativi su eruzioni storiche
Negli ultimi 350 anni, per i quali la registrazione degli
eventi eruttivi può ritenersi abbastanza completa, sono riportate una
settantina di eruzioni, con una media di una ogni
cinque anni. Tuttavia è da ricordare che lo schema di
distribuzione dell’attività nello spazio e nel tempo è molto irregolare e tale
da non consentire previsioni a medio termine sui suoi possibili sviluppi.
Più promettente appare la possibilità di avere delle
indicazioni a breve termine sull’apertura di bocche
avventizie, dato che questa è spesso preceduta da «sciami» di eventi sismici,
gran parte dei quali rilevabili solo strumentalmente, connessi con l’apertura
delle fratture lungo cui risale il magma che alimenterà l’eruzione.
In questo quadro la regione etnea, così densamente popolata,
ricca di bellezze naturali ed artistiche e con un grande
patrimonio storico e di tradizioni, è soggetta in ogni suo punto ad un pericolo
derivante da manifestazioni eruttive o da eventi, particolarmente quelli
sismici, ad esse collegati. I pericoli per la vita umana sono molto limitati,
essendo sostanzialmente legati al lancio di materiale di grossa taglia (blocchi
e bombe) per attività esplosiva in prossimità di bocche eruttive. In questo
caso, se i fenomeni si verificano in zone urbanizzate
o coltivate, i danni agli edifici, alle infrastrutture ed alle colture possono
essere molto rilevanti, ma interessano aree molto ristrette.
Su zone più estese, il deposito di lapilli e ceneri, fino a
diverse decine di chilometri dalle bocche eruttive, può causare inconvenienti
anche seri alla circolazione stradale ed al traffico aereo, ma raramente è
stato causa di incidenti seri o di danni di grande
entità, per la scarsa rilevanza dei fenomeni esplosivi nell’attività recente
dell’Etna.
Di norma, una colata lavica non è pericolosa per la vita
umana, dato che la modesta velocità di avanzamento dei
fronti consente di porsi in salvo. Tuttavia la distruzione di quanto essa incontra sul suo cammino è sostanzialmente totale; in
particolare per quanto riguarda le colture agricole ed i boschi, le superfici
invase rimangono sterili per secoli. Inoltre la colata può alterare
significativamente la topografia dei luoghi e conseguentemente il deflusso
delle acque superficiali, con danni indotti che si possono verificare anche a
distanza di anni.
Da un’analisi della distribuzione delle colate di lava etnee
a partire dal XIII secolo, risulta che quasi il 60%
dell’area del vulcano è stata interessata da almeno un evento eruttivo,
particolarmente alle quo te medie ed alte, ma anche in settori significativi,
intensamente urbanizzati, che ricadono nella fascia altimetrica al di sotto di
700 m di quota, fino al livello del mare.
Dato che a tutt’oggi non sono messe
a punto, se non in maniera assolutamente embrionale, tecniche di difesa attiva
dai danni da eruzioni, le uniche concrete possibilità di mitigazione dei danni
consisterebbero in un’attenta pianificazione urbanistica che tenga conto anche
della pericolosità da eventi eruttivi, evitando l’insediamento di importanti
attività economiche nelle zone a più elevata probabilità di apertura di bocche
eruttive e di invasione da parte di colate di lava, e nella predisposizione di
accurati piani di evacuazione delle zone abitate. Allo stato attuale la
disordinata urbanizzazione, soprattutto del versante
sud-orientale, con il forte ampliamento dei centri abitati, ha fatto sì che si
siano occupate zone ad alta pericolosità; d’altra parte, l’assenza di strumenti
normativi specifici non consente di adottare nella pianificazione territoriale
dei parametri legati a valutazioni di pericolosità.
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 La Vegetazione
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L’Etna, complessa unità territoriale che si diversifica per condizioni geomorfologiche e pedologiche,
per condizioni di clima, per gli innumerevoli aspetti della componente
biologica, conserva pur sempre una sua omogeneità dovuta alla natura vulcanica.
La singolarità che ne deriva, accentuata dal fatto che trattasi di un vulcano
attivo, contribuisce a farne un’isola nella più grande isola che è la Sicilia.
Nella sua vasta ampiezza altitudinale (0-3350 m) il territorio
etneo presenta tutta una gamma di diversificazioni, determinate principalmente
dal variare del clima con l’altitudine. A tali variazioni sono da aggiungere,
per ogni livello altitudinale, quelle di pendenti dall’attività del vulcano
oltre che le variazioni dovute all’influsso antropico, più accentuato alle
quote più basse.
Considerato che i numerosi elementi di diversità si
riflettono sulla copertura vegetale, sarà possibile seguire il diversificarsi
del nostro territorio attraverso la vegetazione e il paesaggio che ne deriva.
Per meglio comprendere tale diversificarsi
il paesaggio viene scomposto nelle unità di vegetazione (fitocenosi,
associazioni, aggruppamenti, comunità vegetali) che lo costituiscono. Si tratta
di elementi in continuo divenire, non solo per i
frequenti cambiamenti imposti dall’attività del vulcano, ma anche per le
continue trasformazioni dovute all’azione antropica che si ripercuotono
inevitabilmente sugli ecosistemi.
Le variazioni del paesaggio vegetale con l’altitudine vengono schematizzate nel quadro di seguito presentato, ove
vengono indicate per i vari livelli altitudinali le formazioni che
costituiscono la massima espressione oggi possibile della vegetazione.
Fra le varie formazioni vegetali si fa riferimento qui di
seguito a quelle con ruolo paesaggistico significativo
nell’ambito dei vari livelli altitudinali, tenendo
presenti i caratteri strutturali della vegetazione. Per la relativa
distribuzione sulle pendici del vulcano si rinvia alla Carta della vegetazione
dell’Etna.
1. Vegetazione boschiva
Le foreste che un tempo ammantavano
«le ampie falde del Monte sino al mare», sì da costituire «un bosco continuato»
sono in buona parte scomparse. I lembi attuali della vegetazione boschiva, che è un po’ ovunque degradata, sono per lo più
localizzati alle maggiori altitudini o in particolari stazioni-rifugio come si
rileva dalla carta dei boschi dell’Etna di E. Poli.
Boschi e boscaglie di Leccio
Nel piano basale, ampiamente interessato dalle colture
agrarie e dai centri urbani, la vegetazione boschiva è
quasi ovunque rappresentata da sparsi frammenti. Accantonati ai margini delle
colture e dei centri rurali, nelle aree poco adatte all’utilizzazione
agricola e sui vecchi substrati lavici, i lembi di bosco sono qui dominati dal
Leccio (Quercus ilex), dalla
Roverella s.l. (Quercus pubescens s.l.),
a cui si associano sovente altri elementi legnosi fra cui l’Alaterno (Rhamnus alaternus), il Terebinto (Pistacia terebinthus), il Bagolaro (Celtis australis). I boschi di Leccio,
che un tempo ricoprivano più o meno uniformemente le basse pendici etnee fino a
1200 m ed oltre, sono oggi poco rappresentati. Cenosi significative
(del Quercion ilicis) sono ancora
presenti su vecchi substrati lavici, su cui spesso mantengono il loro carattere
pioniero.
Boschi misti costituisce il Leccio
sul versante orientale, ove, a causa delle più abbondanti precipitazioni, alla
specie si accompagnano, con la Roverella s.l., altre
latifoglie decidue come l’Orniello (Fraxinus ornus), il Carpino nero (Ostrya
carpinifolia), l’Acero (Acer obtusatum).
Il Leccio è ancora presente in individui isolati o in
gruppi, in boschi impiantati dall’uomo e in particolar modo nei castagneti poco
curati delle minori altitudini e nella pineta a Pino domestico (Pinus pinea) dei monti Rossi. In questi
casi il Leccio tende a sostituirsi man mano alla essenza
legnosa messa a dimora, manifestando così la sua capacità di espandersi
nell’area vocazionale propria.
La nota plasticità ecologica del Leccio consente alla specie
adattamenti a condizioni ambientali molto differenti. La troviamo in arbusteti
sparsi sulle aride lave a 250-300 m di altitudine o a
1400 m e fino a 1500-1600 m in aree interessate dal Faggio (Fagus sylvatica) o dal Pino laricio. Il Leccio entra inoltre in contatto con piccoli nuclei boschivi di Pioppo tremulo (Populus tremula), localizzati
all’interno o ai margini di più vaste cenosi boschive. In buona parte dell’area
vocazionale propria il Leccio si trova in unità vegetazionali da considerare
più che altro delle boscaglie, ove sono anche rappresentati altri significativi elementi legnosi fra cui: il Citiso (Cytisus villosus), la Fillirea (Phlllyrea latifolia), la Ginestra
dell’Etna (Genista aetnensis), il
Bagolaro di Tournefort (Celtis tournefortii), l’Alaterno (Rhamnus alaternus) e molto raramente l’Erica (Erica arborea).
Boschi e boscaglie di Querce caducifoglie
Tra le Querce caducifoglie riferibili al gruppo di Quercus
robur sono ampiamente riconosciute per il territorio etneo le
entità: Quercus virgiliana, Q. pubescens, Q. congesta. Esse verranno di seguito
indicate genericamente come Quercus pubescens s.l. o Roverella s.l.
Presenti un po’ ovunque, nell’ampia fascia altitudinale
compresa fra 100 e 1500/1700 m, le formazioni dominate dalle Querce
caducifoglie interessano anche l’area vocazionale delle scierofille
sempreverdi. Qui le cenosi, costituite per lo più da boscaglie, contengono
diversi elementi dei boschi dominati dal Leccio; esse pertanto sono da riferire
ad unità proprie di tali boschi (Quercetalia ilicis).
Alle stesse unità sono pure da riferire le formazioni che
colonizzano le vecchie colate laviche con ruolo di vegetazione primaria. Ricche
spesso in altri elementi legnosi fra cui Leccio, Alaterno, Terebinto, talora
Bagolaro di Tournefort, esse rappresentano una tappa della vegetazione tendente
alla costituzione di boschi più maturi, probabilmente con Leccio dominante.
Nelle aree un tempo utilizzate a scopo agricolo e poi
abbandonate, le formazioni a Querce caducifoglie assumono il significato di
vegetazione secondaria più o meno stabile, cosa che trova conferma nell’attuale
diffusione di tali Querce a scapito del Leccio, nell’orizzonte ad esso proprio.
Particolarmente significativa è la
cenosi di Roverella s.l. ubicata a circa 700 m a monte del centro abitato di
Zafferana, ove sono presenti alcuni individui di Quercia da sughero (Quercus suber), sclerofilla di cui
conosciamo solo un’altra stazione etnea, sita in valle S. Giacomo. Sono queste, riteniamo, le uniche stazioni etnee della
specie. Per la tutela di esse, che si trovano in
un’area che ricade al di fuori dei confini del Parco naturale dell’Etna,
necessitano severe norme di salvaguardia, di cui potrebbe farsi promotore lo
stesso Ente Parco dell’Etna.
Ruolo diverso hanno i boschi
caratterizzati dalla Roverella s.l. alle maggiori altitudini. Essi, per quanto
spesso molto degradati, contengono entità più mesofile, proprie dei boschi (dei
Quercetalia pubescentis) dell’area
vocazionale della Roverella.
Sul versante orientale del vulcano, l’orizzonte delle Querce
caducifoglie, alle quote maggiori, è interessato da un’altra Quercia a foglie
caduche il Cerro (Quercus cerris). Le
cenosi dominate da tale specie (Cerrete), che contengono anche, in elementi
sparsi, Roverella s.l., Pino
laricio e, alle quote più elevate, Faggio e Betulla, sono localizzate nelle
contrade dette per l’appunto «Giarrita» e «Cerrita», un tempo
interessate da tali boschi per vaste estensioni.
Boschi di Pino laricio
Rappresentato nella fascia altitudinale
compresa tra 1000 e 1800-1900 m, il Pino laricio (Pinus laricio) è una specie particolarmente adatta ai substrati
vulcanici etnei, che ricopre con funzione pioniera. Sulle colate laviche
recenti è presente in individui isolati o in gruppi sparsi, sui vecchi
substrati lavici forma delle unità boschive talora
molto significative.
Alle altitudini e sui substrati non più adatti alla
Roverella e ad altre essenze caducifoglie e in buona parte delle stazioni del
piano montano sfavorevoli al Faggio, il Pino laricio costituisce l’unica
essenza legnosa delle formazioni arboree. I boschi di Pino laricio
rappresentano quindi in alcuni casi l’unico esempio di vegetazione arborea
localmente possibile, venendo così ad assumere un ruolo ecologico e
paesaggistico di primaria importanza. La povertà floristica di tali formazioni
ne rende molto difficile la definizione in unità vegetazionali autonome,
nell’ambito della vegetazione a carattere montano e submontano (Querco-Fagetea).
Boschi di Faggio
La vegetazione dominata dal Faggio, localizzata nella fascia
più alta dei boschi, è sull’Etna molto frammentaria.
Più volte decimate dalle colate laviche e dall’uomo, le faggete etnee hanno
trovato rifugio sui pendii esposti a nord e in special modo nelle dagale (=
isole di terreno più antico fra la lava) del versante nord, generalmente fino
alle quote di 1800-2000 m. Sul versante nord-occidentale, nella grande dagala che si estende a valle di Punta Lucia e nelle
dagale minori, il Faggio si spinge in formazioni nane fino a quote massime
comprese fra i 2200 e i 2250 m. Sono questi i maggiori livelli altitudinali
raggiunti in Europa dalla specie, che tocca proprio sull’Etna l’estremo limite
meridionale del suo areale.
Per la continua azione dell’uomo le
faggete si presentano spesso eterogenee: rare sono le formazioni d’alto fusto,
prevalendo i boschi cedui, i cedui composti, le aree ove il bosco, sottoposto
ad intenso esercizio del pascolo, tende a diradarsi e a cedere progressivamente
il posto a formazioni erbacee. Tale situazione in talune aree rende difficile
il ritorno del bosco, specialmente se si considera che le condizioni attuali
dell’ambiente sembrano in contrasto con le possibilità di vita del Faggio. Le
faggete etnee sono infatti da considerarsi relitti di
un periodo (probabilmente l’oceanico del postglaciale) contrassegnato da un
clima più umido e più fresco.
Boschi di Betulla
La Betulla dell’Etna è specie particolarmente significativa in quanto considerata dalla maggior parte
degli autori entità endemica: Betula
aetnensis Raf. Le cenosi che essa caratterizza sono
ubicate principalmente sul versante orientale del vulcano, ove la specie
interessa un’ampia fascia altitudinale. Qui la Betulla, in formazioni
monofitiche o associata al Cerro e alla Roverella, al Pino laricio, al Faggio,
costituisce per lo più delle cenosi aperte (boscaglie), prive di individualità floristica, aventi più che altro il
significato di stadi preparatori della foresta. Un’unità boschiva
sufficientemente estesa è anche rappresentata sul versante occidentale, in
un’area ampiamente interessata dal bosco di Faggio.
Significato di vegetazione durevole va dato alle cenosi
monofitiche di Betulla localizzate lungo i valloni
solcati dalle acque di scioglimento delle nevi, in stazioni sottoposte a
prolungato innevamento, e a quelle che colonizzano gli speroni rocciosi
dell’area posta a monte del rifugio Citelli, al limite superiore della
vegetazione arborea (2000-2100 m).
Boschetti di Pioppo tremulo
Nel piano del Faggio è diffusa, specialmente nelle stazioni
più fresche e negli impluvi, un’essenza arborea: il Pioppo tremulo (Populus tremula) che forma qua e là dei
popolamenti monofitici in aree occupate dal Faggio e più raramente dal Pino
laricio. Si tratta di boschetti isolati e molto frammentari, privi di individualità floristica e localizzati per lo più sui
versanti nord e nord-ovest e sulle pendici esposte a nord.
Ove si realizzano condizioni microclimatiche ed edafiche favorevoli, il Pioppo tremulo si può trovare
anche nel piano delle Querce caducifoglie, scendendo in talune aree nell’orizzonte
delle sclerofille sempreverdi fino alla quota di circa 600 m, ma può anche
localizzarsi a quote molto elevate, in particolari stazioni eterotopiche.
Castagneti
I boschi di Castagno (Castanea sativa) sono localizzati principalmente nell’orizzonte delle Querce
caducifoglie, interessando solo in parte il territorio caratterizzato dalle
sclerofille sempreverdi. Essi sono ben rappresentati sulle varie pendici del
vulcano, ove occupano i substrati più antichi. Pur di origine
colturale, i castagneti presentano un corteggio floristico simile a quello
delle corrispondenti formazioni naturali, ove essi, o per ragioni fitosanitarie
o per ragioni economiche, vengono trascurati gli elementi arborei naturali
tendono a soppiantare il Castagno, riprendendo man mano il proprio ruolo nella
caratterizzazione del bosco.
2. Vegetazione arbustiva
Gli aspetti di vegetazione a carattere arbustivo,
rappresentati nelle aree da tempo abbandonate, sulle
superfici laviche, sugli spuntoni rocciosi, fra le colture arboree e le aree
boscate, sono molto diffusi. Insediatisi al posto delle antiche foreste, in
seguito a processi di degradazione, su molte superfici essi hanno il
significato di vegetazione secondaria, assumendo sui giovani substrati lavici
il ruolo di vegetazione primaria. Si tratta in tal caso di una delle tappe significative nell’opera di colonizzazione delle lave etnee.
La vegetazione arbustiva si presenta fisionomicamente e
floristicamente diversificata a seconda delle
condizioni edafo-climatiche delle stazioni e del diverso influsso antropico.
Nell’orizzonte più caldo del piano basale
(dell’Oleo-Ceratonion), sulle rocce
assolate, è distribuito frammentariamente uno degli aspetti più caratteristici
della vegetazione arbustiva più termofila, che spesso assume il significato di
vegetazione durevole: la macchia ad Euforbia arborea (Euphorbia dendroides), che in talune stazioni raggiunge altitudini
superiori ai 600 m, penetrando nell’orizzonte del Leccio. Fra gli altri
esempi di macchia del piano basale vanno ricordati quelli dominati dalla
Calicotome (Calicotome infesta) e
rispettivamente dalla Ginestra odorosa (Spartium junceum).
Sui versanti nord ed est, generalmente i più umidi del
vulcano, è diffuso l’aggruppamento a Citiso (Cytisus villosus), arbusto a foglie caduche, che penetra sovente
nei boschi di Castagno, di Leccio e di Roverella s.l. e che, ove il bosco è più
aperto, tende a costituire densi popolamenti.
Altri esempi di macchia, tra cui quelli caratterizzati
dall’Alaterno, dall’Alaterno e Terebinto, dall’Alatemo e Olivastro (Olea europaea var. sylvestris) sono
diffusi nell’orizzonte caratterizzato potenzialmente dai boschi di Leccio (Quercion ilicis). Spesso
tali forme di vegetazione sono ben rappresentate sui vecchi substrati
lavici, ove assumono il significato di vegetazione primaria.
Aspetti di transizione tra la vera e propria macchia e la
steppa mediterranea sono frammentariamente diffusi nel territorio. Ne è un esempio la macchia a Cisto (Cistus salvzfolius), localizzata in rare stazioni del versante sud
e fino a 850 m di altitudine.
Nel piano delle latifoglie decidue ruolo
di primaria importanza assume l’aggruppamento dominato dalla Ginestra
dell’Etna, pianta diffusa un po’ ovunque sul vulcano fino alla quota massima di
1900 m. Nell’ampia fascia altitudinale in cui è rappresentata tale specie, che
raggiunge se indisturbata l’habitus arboreo, entra a far parte di diverse unità
di vegetazione, aventi una notevole instabilità in quanto corrispondenti a
stadi evolutivi diversi. Alla Ginestra, in tali stadi, si associano tanti altri
elementi, fra cui quelli caratterizzanti i boschi: Leccio, Querce caducifoglie,
Faggio, Pino lancio, Betulla.
Fra le altre forme di vegetazione arbustiva vanno ancora
ricordate quelle dominate dalle essenze proprie delle
formazioni boschive, oltre che gli sparsi frammenti di vegetazione dominati
dalla Rosa Canina, da specie del genere Rubus, dal Ginepro emisferico (Juniperus hemisphaerica), che al limite
superiore dei boschi forma densi popolamenti.
3. Vegetazione erbacea naturale
Gli esempi di vegetazione naturale a carattere erbaceo hanno
diversa distribuzione nei vari piani altitudinali del vulcano. Col significato
di vegetazione primaria sulle colate laviche o di vegetazione secondaria nelle
aree un tempo ricoperte da foreste, tali formazioni sono poco rappresentate
nell’area vocazionale delle sclerofille sempreverdi ove, a causa dell’elevato
grado di antropizzazione, prevalgono gli aggruppamenti
sinantropici.
Piuttosto diffuse, su suolo superficiale, sono le praterie a
carattere steppico dominate da una graminacea cespitosa, il Cymbopogon hirtus; sulle superfici con
frequenti affioramenti della roccia madre la vegetazione è spesso dominata
dall’Asfodelo (Asphodelus microcarpus),
liliacea dal portamento elegante alla quale, nelle aree da
tempo abbandonate, si associano altri significativi elementi erbacei,
tra cui la Ferula communis, detta localmente ferra.
Su vecchie colate laviche del versante nord-occidentale è
diffusa una forma di vegetazione dominata dall’Euphorbia rigida, suffrutice ben
rappresentato su questo lato del vulcano, ove è distribuito per ampi
tratti.
Queste e le altre forme di vegetazione erbacea diffuse nel
territorio, comprendenti per buona parte contingenti
floristici delle praterie proprie dell’area mediterranea (Thero-Brachypodietea), tendono, se indisturbate, alla costituzione
degli esempi più ma turi della vegetazione a scierofille sempreverdi (Quercetea ilicis).
Nel piano vocazionale dei boschi di latifoglie decidue (dei
Querco-Fagetea), tra le formazioni arboree e gli arbusteti, tra le lave e le
ultime aree coltivate, sono rappresentate cenosi erbacee a carattere xerofilo,
spesso utilizzate per il pascolo. Fra tutte molto diffusa è la vegetazione
dominata dalla Festuca circummediterranea, graminacea che coi
suoi numerosi cespi si diffonde, con funzione pioniera, anche sulle superfici
laviche relativamente recenti. Nei pascoli montani del versante settentrionale
è presente un’altra graminacea, il Cynosurus cristatus, specie ampiamente rappresentata nei pascoli della limitrofa zona nebrodense, da cui si è diffusa su questo lato del vulcano, ove pare sia localizzata.
4. Vegetazione sinantropica
Nelle aree coltivate sono presenti delle comunità vegetali,
dette sinantropiche, diverse dalle comunità naturali, in
quanto influenzate e determinate, oltre che dalle condizioni generali
del clima, dalle pratiche colturali e, in una certa misura, anche dalla
presenza della pianta coltivata. Dette comunità hanno
una certa corrispondenza con le comunità naturali alle quali si sono
sostituite. Il paesaggio che ne deriva è pertanto detto «di sostituzione».
Costituite da essenze arboree (Agrumi, Vite, Olivo,
Mandorlo, Pomacee, ecc.), le colture si distribuiscono sui fianchi del vulcano
ai vari livelli altitudinali e fino a 1400-1500 m, quasi ripetendo la zonazione
altitudinale delle foreste alle quali si sono sostituite. Troviamo infatti gli agrumeti in basso, lungo i versanti
meridionale, sud-onientaIe e occidentale, ove caratterizzano un paesaggio che
ha preso in gran parte il posto della originaria foresta o macchia-foresta a
Lentisco e Olivastro (dell’Oleo-Ceratonion),
propria dell’orizzonte più caldo dell’area mediterranea.
Seguono in altitudine i vigneti, che si estendono per vaste
superfici, lungo i pendii terrazzati. Nella fascia
altitudinale da essi interessata sono presenti altre
colture, fra cui quelle dell’Ulivo e del Mandorlo, più ampiamente rappresentate
sul versante sud-occidentale; la coltura del Pistacchio, localizzata sulle
pendici occidentali, più xeriche; quella del Nocciolo che preferisce i versanti
est e nord-est, più umidi. Questa diversa ubicazione delle colture corrisponde
alla distribuzione dei tipi della vegetazione naturale
che esse sostituiscono, tutti riconducibili alla foresta di Leccio (Quercion ilicis).
Alle maggiori altitudini il paesaggio colturale è affidato
alla coltura delle Pomacee (pometi e pereti) che, alternandosi ai castagneti e
ai resti di boschi naturali, si spinge in talune zone fino alle quote massime
di 1400-1500 m. La vegetazione naturale alla quale la coltura si è sostituita è
rappresentata per gran parte dalla foresta di Roverella s.l. (dei Quercetalia pubescentis).
Fra gli ambienti colturali etnei non si può non ricordare
infine uno fra i più peculiari del nostro vulcano, quello costituito dalle
«chiuse». Rappresentate specialmente sul versante occidentale, esse comprendono
elementi colturali (Mandorlo, Olivo, Ficodindia, Pistacchio, ecc.), mescolati
con elementi della vegetazione naturale (Terebinto, Olivastro, Alaterno,
Bagolaro, Leccio, Roverella s.l.,
ecc.).
5. Vegetazione di altitudine
Dai 1800-2000 m in su, lasciata
l’area di vocazione forestale, si penetra in una zona che gli autori del
passato erano soliti denominare scoperta o deserta. E’ la zona dell’alta
montagna etnea dominata, nelle aree non interessate dalle più o meno recenti
colate laviche, da una vegetazione discontinua caratterizzata, fino ai
2400-2450 m, dai pulvini dello Spino santo (Astragalus
siculus). Adagiata a guisa di grossi cuscini dalle innumerevoli spine,
questa pianta, endemica (cioè esclusiva) del nostro
vulcano, caratterizza il paesaggio dell’alta montagna etnea, conferendo ad essa
note di singolarità. Si tratta di un paesaggio irripetibile,
come irripetibile è la vegetazione che lo costituisce (Astragaletum siculi).
Al suo limite inferiore tale vegetazione, che sui substrati
più accidentati si arricchisce di due essenze basso-arbustive: il Ginepro
emisferico e il Crespino (Berberis aetnensis), penetra fra le formazioni arboree,
occupando i vuoti di bosco.
Oltre i 2400-2500 m, limite climatico dello Spino santo, la
vegetazione si impoverisce notevolmente; le poche
specie, quasi tutte endemiche, che la compongono riescono appena ad
organizzarsi gregariamente. Ne risulta una vegetazione
molto povera, a carattere spiccatamente pioniero (Rumici-Anthemidetum aetnensis), che costituisce l’esempio più
estremo di vegetazione sulle più alte pendici del vulcano. Le poche specie che
la compongono si spingono isolatamente fino al limite col deserto vulcanico a
quella zona cioè ove la vita vegetale cerca di
affermarsi lottando strenuamente contro le forze del vulcano attivo che molto
spesso finiscono col sopraffarla. E’ questa la zona che amiamo definire «di
contesa» tra la vita in senso biologico e la vita del vulcano.
6. Vegetazione ed esigenze umane
Da quanto sopra emerge la variabilità e la
complessità del paesaggio vegetale etneo. Esso non è che l’espressione
dei delicati equilibri che nel corso dei secoli sono
venuti a stabilirsi fra le forze del vulcano e il mondo delle piante, le cui
potenzialità costruttive, ove indisturbate, sono andate manifestandosi.
E il caso di ricordare la tenace
opera di colonizzazione che la vita vegetale, nella sua diversità, svolge sui
substrati lavici, attuando un processo le cui tappe richiamano molto da vicino
le tappe che essa seguì sin dal suo primo apparire sulla superficie terrestre.
Il paesaggio che ne deriva, fortemente compenetrato dalla componente abiologica, viene ad acquistare peculiarità
squisitamente vulcaniche e più propriamente etnee. L’intrecciarsi degli
innumerevoli valori che tale paesaggio racchiude con i valori legati alle
attività tradizionali dell’uomo produce effetti
paesaggistici di grande rilevanza. La presenza tuttavia degli aspetti più deteriori dell’intervento antropico, in stridente
convivenza coi valori esistenti, porta spesso alla sopraffazione dei medesimi.
Si auspica che in un prossimo futuro si possa consentire di attuare una armonica coesistenza dei valori di un ambiente naturale
irripetibile con le reali esigenze dell’uomo, coesistenza che va attuata col
massimo senso di responsabilità e con grande umiltà nei confronti di una Natura
in incessante divenire.
7. Il giardino botanico «Nuova Gussonea»
Il giardino botanico «Nuova Gussonea», ubicato sulle falde meridionali
del vulcano, tra 1700 e 1750 m, a poca distanza dal Grande Albergo del Parco,
in demanio forestale, è stato istituito da oltre dieci anni mediante una
convenzione tra Azienda Foreste Demaniali Regione Siciliana e Università di
Catania.
Dell’estensione di oltre dieci ettari, tale giardino è
inserito in un ampio scenario naturale, in una zona ove la vegetazione
forestale, rappresentata da formazioni a Pino laricio, entra in contatto con la
vegetazione a pulvini spinosi del piano alto-mediterraneo (Astragaletum siculi).
Le peculiarità dell’ambiente vulcanico e i caratteri del
clima tipicamente mediterraneo conferiscono al giardino una certa singolarità;
a ciò si aggiunge la sua struttura del tutto particolare, basata su principi
sinecologici, in quanto si tiene conto delle comunità
vegetali in rapporto con l’ambiente.
Si tratta di un giardino di montagna tipicamente etneo,
destinato ad ospitare specie e comunità vegetali fra le più significative
del territorio dell’Etna. La superficie prescelta è stata suddivisa in settori,
comprendenti aree ove sono in corso di realizzazione
le principali fitocenosi del territorio etneo, aree destinate alla
sperimentazione, aiuole, superfici laviche, ambienti particolari, ecc.
Il vivaio, ove vengono riunite
temporaneamente tutte le piante provenienti dalle varie zone del territorio
etneo, rappresenta valido punto di riferimento per l’attività che si svolge nel
giardino.
Il giardino consente un contatto più immediato con le
associazioni vegetali degli ecosistemi etnei e quindi una più facile
comprensione del paesaggio vegetale del vulcano. Appariranno più chiari di
conseguenza i rapporti di convivenza tra le piante, tra queste e gli animali,
tra l’ambiente naturale e l’uomo.
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 La Fauna
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Gli animali che popolano i vulcani attivi
sono involontari protagonisti di continue drammatiche avventure: distruzioni,
esodi, nuove colonizzazioni, si avvicendano in modo imprevedibile.
Ma sull’Etna, alle sfide poste dalla natura, si è aggiunta la crescente presenza umana.
Della fauna «maggiore», quella più familiare al lettore,
com’era un secolo e mezzo fa, ci racconta il Galvagni (1837-1843). Nei suoi scritti compaiono animali per noi ormai mitici: ancora il lupo si aggirava per i boschi facendo scorrerie al piano; cinghiali, daini e
caprioli avevano rifugio nei boschi di Maletto; il Grifone nidificava nella
valle del Bove; la Lontra cacciava i pesci nel Simeto. Ma dalle suggestive pagine del Galvagni appare evidente che la fine, per questa specie, era vicina.
Dai tempi del Galvagni le cose, per gli animali, non sono
andate per il meglio. Le specie allora rare sono scomparse, altre ancora si
sono aggiunte al loro numero (tra esse la Martora ed
il Gufo reale), e nuove specie sono entrate a far parte di quelle rare. La
caccia spietata, il taglio dei boschi, l’uso dei pesticidi, il sempre maggior
disturbo provocato da un turismo aggressivo e devastatore che ha portato case,
strade e mezzi motorizzati in ambienti prima incontaminati, sono stati i
fattori recenti che hanno causato una ulteriore rarefazione
della fauna.
L’istituzione del Parco dell’Etna rappresenta una significativa inversione di tendenza ed il ritorno
dell’Aquila reale a nidificare sul monte è un segnale di speranza.
L’attuale fauna dell’Etna, sebbene impoverita e stremata,
conserva ancora una grande ricchezza per l’uomo di
oggi che vi si accosta con un nuovo spirito. Questa
rassegna per limiti di spazio si limita ai Vertebrati terrestri (i Pesci sono
presenti solo nei fiumi che cingono il vulcano).
1. Anfibi
Gli Anfibi necessitano per
riprodursi di un ambiente acquatico e nell’area etnea sono pertanto frequenti
solo nella zona pedemontana.
La specie più diffusa è la Rana verde minore. Tipicamente acquatica, popola gli stagni e i
corsi d’acqua.
Il Rospo
comune è specie più terricola. Gli adulti trascorrono il giorno in
tane scavate nel terreno o sotto pietre, anche a centinaia di metri dal più
vicino ambiente acquatico. Hanno attività prevalentemente notturna e possono
predare anche piccoli vertebrati come lucertole, roditori e insettivori, che
ingoiano interi. Meno frequente è il Rospo
smeraldino. Più piccolo del rospo comune e con simili caratteristiche
ecologiche.
2. Rettili
Buona parte delle specie di rettili presenti in Sicilia si
trovano anche sull’Etna. Saranno qui citate quelle di cui è certa la presenza.
La Testuggine comune
si trova in diversi ambienti ricchi di vegetazione, con preferenza per quelli
piuttosto umidi. Si nutre di erbe, radici, frutti ed
anche d’insetti, molluschi ed altri invertebrati.
Delle due specie di gechi presenti
in Sicilia è comune sull’Etna la Tarantola
muraiola. Specie mediterranea, predatrice di insetti.
Ha attività prevalentemente crepuscolare e notturna ed è frequente sui muri
delle abitazioni in campagna e in città.
Due sono le specie di Lacertidi presenti. Il Ramarro è frequente in aree prative
ricche di vegetazione e cespugli e nelle piccole radure delle aree boscate. Si nutre soprattutto d’invertebrati, ma mangia
anche frutta e nidiacei di uccelli. La Lucertola campestre è diffusa ovunque.
Preda insetti e altri artropodi ed ha il suo rifugio sui muri a secco e tra i
cespugli. Delle due specie di Scincidi della fauna siciliana è
presente il Gongilo. Prevalentemente
notturno, si nutre d’invertebrati.
Le specie di serpenti sicuramente presenti nel territorio
etneo sono il Biacco, il Colubro leopardino, il Saettone, la Biscia dal collare, la Vipera comune. La specie che si incontra con maggiore
frequenza è il Biacco. Preda lucertole, piccoli mammiferi, altri serpenti e rane.
Anche la Vipera non è rara e si può trovare in ambienti diversi. E’ l’unico serpente pericoloso a causa del suo veleno, non è
però aggressivo. Preda piccoli mammiferi (soprattutto Roditori) ed anche
lucertole e uccelli.
3. Uccelli
Tra gli Uccelli i rapaci diurni indicano, con la loro
presenza, l’esistenza nel paesaggio di ampi spazi
incontaminati.
Lo Sparviero è un
piccolo rapace legato ai boschi; agile e veloce, caccia soprattutto uccelli di
piccole dimensioni. E’ raro.
La Poiana ha
grandi dimensioni ed è abbastanza frequente nella zona montana dove nidifica
nei boschi meno disturbati. Caccia piccoli mammiferi e conigli. Nella sua dieta
rientrano anche uccelli terricoli, rettili ed insetti.
Il Gheppio è la
specie più comune e si può osservare negli ambienti più diversi. Non costruisce
il nido ma utilizza nidi abbandonati da altri uccelli (soprattutto corvidi) e
cavità naturali o di edifici ed altri manufatti umani.
Caccia piccoli mammiferi, uccelli, rettili, insetti.
Il Falco pellegrino
è un forte volatore che nidifica su pareti rocciose o su alberi in nidi
abbandonati.
Caccia soprattutto uccelli in genere di
medie dimensioni (colombacci, piccioni, corvidi).
L’Aquila reale,
presente in Sicilia ormai con solo poche coppie, è tornata a nidificare, dopo
molti anni sull’Etna, quasi a testimoniare la maggior tutela degli ambienti
naturali. Nidifica su pareti rocciose o su alti alberi. Preda soprattutto
mammiferi di medie dimensioni, ma anche uccelli e rettili. Si nutre anche di
carogne. Sull’Etna i conigli costituiscono presumibilmente una parte rilevante
della sua dieta.
Diverse specie di rapaci notturni nidificano sulle pendici
dell’Etna.
Il Barbagianni
nidifica nelle zone pedemontane, spesso in prossimità dei paesi, utilizzando
cavità naturali e di costruzioni (soffitte, case abbandonate, rovine, ecc.).
Caccia soprattutto piccoli mammiferi.
L’Assiolo
(chiuzzo), il più piccolo dei rapaci notturni (ha le dimensioni di un tordo),
divenuto purtroppo raro, nidifica nelle campagne anche in prossimità dei paesi.
Ha un canto territoriale monotono il cui verso, «chiù»,
gli dà anche il nome. E una specie dei climi temperato-caldi
e caccia, in volo o camminando, insetti ed altri invertebrati. Depone le
uova in nidi abbandonati ed in cavità di muri ed
edifici.
L’Allocco vive
negli ambienti boscati ed utilizza come nido cavità di
alberi, nidi abbandonati da corvidi e anche cavità del suolo. Caccia, anche al crepuscolo e all’alba, piccoli mammiferi, uccelli
e rettili.
L’Etna ospita infine l’unica colonia di Gufo comune presente in Sicilia. Questo rapace notturno è legato ai
boschi e, come l’allocco, utilizza come nido cavità di alberi
o del suolo e nidi di corvidi. Caccia di notte piccoli mammiferi, uccelli e
rettili.
Per le altre specie nidificanti segnaliamo, le comunità che
caratterizzano i diversi ambienti naturali montani. Sono asteriscate le specie
comprese nella lista rossa dell’Atlante degli Uccelli nidificanti in Sicilia
(Massa et Alii, 1985).
L’ambiente più fortemente caratterizzato, anche se povero di
specie, è quello altomontano dominato dalla vegetazione ad astragalo e ginepro.
L’Allodola*, il Calandro, il Culbianco,
la Monachella*, il Codirossone*, la Sterpazzola di Sardegna, la Passera
lagia sono specie esclusive di quest’ambiente.
La Tottavilla, il Codirosso spazzacamino, il Saltimpalo, il Fanello e lo Zigolo muciatto
sono frequenti, ma non esclusivi.
La maggiore ricchezza di specie si riscontra negli ambienti boscati. Tra i diversi tipi di bosco non vi sono rilevanti
differenze nella composizione delle comunità, ma è stato accertato che i boschi
di latifoglie hanno una maggiore ricchezza di specie delle pinete pure. I boschi misti di pini e latifoglie hanno una ricchezza
intermedia.
Le specie esclusive degli ambienti boscati
sono numerose: Colombaccio, Torcicollo*, Picchio rosso maggiore, Pettirosso,
Tordela*, Lui’ piccolo, Fiorrancino*,
Codibugnolo di Sicilia*, Cincia mora, Cinciarella, Picchio muratore*,
Rampichino*, Rigogolo*, Crociere*, Ghiandaia, Gazza, Cornacchia grigia,
Lucherino*. Tra queste ricordiamo che
il Codibugnolo di Sicilia è un
interessante endemismo dell’isola e che il Crociere
ed il Lucherino in Sicilia nidificano
solo sull’Etna.
Le pendici dell’Etna caratterizzate dalla macchia
mediterranea sono popolate da numerose specie di uccelli.
Tra esse sono esclusive la Cappellaccia, l’Usignolo di
fiume (nelle aree prossime ai fiumi che cingono il vulcano), l’Occhiocotto, l’Averla capirossa*, la Passera
mattugia, lo Strillozzo. Sono
frequenti, ma comuni ad altri ambienti, l’Usignolo,
il Passero solitario, il Merlo, la Sterpazzolina, la Capinera,
la Cinciallegra, la Passera sarda, il Verzellino, il Cardellino,
lo Zigolo nero.
Ambienti particolarmente ricchi di specie
sono infine quelli dei margini delle macchie e dei boschi. Questi
ambienti non sono caratterizzati da una comunità specifica, ma ad essi sono particolarmente legate alcune specie: la Ballerina bianca, il Codirosso, la Sterpazzola. E qui che si può incontrare
la rara Coturnice.
Nel complesso la ornitofauna
dell’Etna è una delle più ricche della Sicilia e tra le sue specie sono
numerose quelle meritevoli di una particolare tutela.
Se si vuole che questa ricchezza sia mantenuta e, per quanto
possibile, accresciuta, non si insisterà mai
abbastanza sulla necessità che ampie aree del Parco siano mantenute indisturbate.
4. Mammiferi
Tra i vertebrati costituiscono la componente
più nascosta ed elusiva, poiché sono in prevalenza notturni. Con l’eccezione
dei pipistrelli, i cui voli al crepuscolo e attorno ai
lampioni sono a tutti familiari, è difficile incontrarli o osservarli.
Insettivori
Solo tre specie di questi piccoli accaniti predatori sono
presenti sull’Etna.
Il Riccio è il più
grande e più noto. Il suo corpo è coperto fittamente di spine e se disturbato
si appallottola formando una sorta di palla spinosa. Vive in ambienti molto
diversi, ma predilige le zone boscose o con macchia. Può anche trovarsi nei
giardini. Prevalentemente notturno, si ciba di lombrichi, lumache, insetti ed
anche di rettili e piccoli mammiferi. Nell’area montana d’inverno va in letargo.
Il Mustiolo è un
piccolo toporagno, il più piccolo mammifero della nostra fauna (4-5 cm). Si
trova anche nei giardini se questi hanno angoli indisturbati. Costruisce
gallerie superficiali nel suolo in corrispondenza dello strato più ricco di
sostanze vegetali in decomposizione. E notturno ed è un divoratore di insetti ed altri invertebrati. E’ una specie di clima
temperato caldo.
La Crocidura
sicula è un toporagno di maggiori dimensioni, che predilige le aree boscate. Anch’esso è notturno e si nutre di
invertebrati.
Il Galvagni cita per l’Etna anche la Talpa; ma questa specie
è probabilmente da tempo scomparsa vittima delle
trasformazioni dell’agricoltura.
Chirotteri
Sono gli unici mammiferi capaci di volare. Le loro ali sono
costituite da una membrana (patagio) che collega gli arti anteriori, il corpo,
gli arti posteriori e la coda. Cacciano gli insetti volando, all’imbrunire e di
notte, individuandone la posizione per mezzo di ultrasuoni
prodotti dalla laringe ed emessi attraverso la bocca o il naso.
Di giorno si rifugiano in caverne, soffitte, alberi cavi,
cavità o fessure di muri, dove sostano appesi o aggrappati per mezzo delle
zampe posteriori e del primo dito di quelle anteriori. Passano i periodi più
freddi in letargo riuniti in gruppi più o meno numerosi. Le grotte laviche più
riparate costituiscono rifugi molto frequentati.
Non disponiamo di un censimento
delle specie presenti sull’Etna. Tra quelle sicuramente presenti sono il Rinolofo maggiore ed il Rinolofo minore, caratterizzati dalle
complesse strutture nasali legate alla emissione degli
ultrasuoni, l’Orecchione (chiamato
così per le grandi orecchie), la Nottola,
il grande Molosso del Cestoni, il
piccolo Pipistrello albolimbato, il comune Vespertilio maggiore, il Miniottero.
Lagomorfi
Entrambe le specie facenti parte della fauna siciliana, il Coniglio e la Lepre, sono presenti sull’Etna.
Il Coniglio è gregario, molto prolifico, scava tane profonde
con diverse uscite e si nutre di erbe, gemme,
germogli, radici e, più raramente, cortecce. Costituisce una delle fonti
alimentari del Gatto selvatico, della volpe, della donnola e degli uccelli
rapaci.
La Lepre è solitaria, meno prolifica ed ha un covo scoperto,
seminascosto nella vegetazione, con una buona vista circostante.
L’alimentazione è simile a quella del Coniglio. La minore prolificità e il covo
scoperto, fanno della Lepre una specie molto più
fragile del Coniglio.
Roditori
I Roditori sono presenti con le famiglie dei Gliridi,
Microtidi, Muridi, ed Istricidi.
La prima famiglia comprende il Quercino ed il Ghiro.
Arboricoli, si nutrono di frutti, semi, germogli; possono predare insetti,
uova, nidiacei e piccoli mammiferi. Questi Gliridi presentano un letargo
invernale, che affrontano in nidi ben riparati, forniti di provviste che
serviranno per il risveglio.
Tra i Microtidi è comune l’Arvicola di Savi. Vive nei campi e nei boschi. Scava tane profonde
con molte entrate e si ciba di radici, tuberi, erbe, germogli, ecc. Per questa
sua attività è accanitamente perseguitata dai contadini.
I Muridi, a parte il Ratto
nero presente nei centri abitati, comprendono il Topo delle case ed il Topo
selvatico. Quest’ultima specie è presente nei boschi. Ha la tana scavata
nel suolo o in cavità tra le radici degli alberi o sotto le pietre; è notturno
e si nutre principalmente di semi (ghiande, faggiole, nocciole), plantule,
gemme. Preda anche insetti, lumache e lombrichi.
L’istrice
(Istricidi) è il più grande dei mammiferi selvatici della nostra fauna. E una specie nord-africana presente in Europa solamente in Italia,
forse introdotta in tempi storici dall’uomo. La sua presenza è spesso
rivelata dal ritrovamento dei lunghi aculei di cui è coperto il dorso e la
coda. Si ciba di radici, tuberi, frutti, cortecce (comprese ghiande e
faggiole). E notturno e si ripara in tane scavate o in
caverne.
Carnivori
I Carnivori sono rappresentati da 3 specie appartenenti alle
famiglie dei Canidi (Volpe), Mustelidi (Donnola) e Felidi (Gatto selvatico).
La Volpe, sebbene cacciata accanitamente, è ben diffusa in
tutto il territorio. Preda roditori, conigli, uccelli, insetti e altri
invertebrati, ma si ciba anche di carogne, di rifiuti, di frutti. Costruisce una tana profonda con più entrate. Ha attività
prevalentemente crepuscolare e notturna
La Donnola, il più
piccolo carnivoro, è ampiamente diffusa dai campi coltivati alla zona montana.
Utilizza come tana quella di altri mammiferi. Preda
soprattutto piccoli mammiferi (roditori, insettivori e piccoli conigli), ma si
ciba anche di uccelli, uova, nidiacei essendo una
brava arrampicatrice.
Il Gatto selvatico,
l’unico felino selvatico della fauna italiana, presente con una discreta
popolazione sui vicini Nebrodi, è stato saltuariamente segnalato anche per
l’Etna. La sua tana si trova in posti difficilmente accessibili, in anfratti
rocciosi, tronchi cavi, fitte macchie in valloni profondi. Caccia soprattutto
all’alba e al crepuscolo, predando roditori, conigli, lepri e uccelli. Questa specie, dovrebbe essere rigorosamente tutelata, evitando
qualsiasi disturbo antropico nelle aree in cui ne sia accertata la presenza.
Si tratta infatti di una specie a rischio di
estinzione nella nostra isola.
Le dimensioni di questa rassegna non hanno consentito di
trattare anche gli Invertebrati, che in realtà comprendono la stragrande
maggioranza delle specie viventi. Le piccole dimensioni di questi animali li
pongono ai margini della nostra attenzione, ma la loro esistenza è fondamentale
per il funzionamento di tutti gli ecosistemi.
Tra essi gli Insetti e diversi
altri Artropodi costituiscono una componente essenziale del paesaggio vivente
cui forse siamo troppo abituati per dedicarvi l’interesse che meritano.
Farfalle, libellule, grilli, cavallette, api, vespe, formiche, ragni.., offrono alla nostra attenzione uno straordinario,
multiforme universo di forme, colori, suoni, comportamenti. Una maggiore
attenzione per questo mondo, magari con l’aiuto di una lente, ci farebbe
scoprire che il meraviglioso è più vicino e facile da incontrare di quanto
pensiamo.
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